CRONISTORIA DELL’EPIDEMIA IN ITALIA

di Eric Manasse, Cardiochirurgo, Milano

Come nasce l’infezione

L’infezione da CoV (SAR-COV-2) pare essere originata in Cina, con il passaggio del virus a uomo tramite l’ingestione di carne cruda di animale selvaggio nell’Huan Seafood Wholesale Market della città di Wuhan. Infatti la zoonosi da CoV vedrebbe il pipistrello come animale serbatoio del virus ed inizialmente aveva individuato il pangolino, un mammifero simile al formichiere,  come specie animale intermedia dai cui il virus è poi arrivato all’uomo. Gli studi filogenetici più recenti hanno invece eliminato l’ipotesi pangolino come ospite intermedio ed attualmente non è chiaro quale sia tale ospite ed è verosimile che ci sia un precursore non ancora identificato per uomini e pipistrelli.

L’origine dell’epidemia in Cina

Successivamente la trasmissione è stata da uomo a uomo (la moglie del primo infettato). Pare che questo secondo episodio non sia stato riportato tempestivamente dalle autorità sanitarie permettendo così  la diffusione più estesa della malattia, non solo all’interno della Cina ma anche fuori dai confini a seguito dei milioni di persone che viaggiano regolarmente per l’Occidente. Un altro fattore locale sembra avere ritardato la delimitazione dell’infezione: pare che nonostante alcuni medici di Wuhan avessero riferito dei primi casi di polmonite interstiziale atipica all’inizio del mese di Dicembre 2019, il loro allarme sia rimasto inascoltato da parte delle autorità locali che confermarono invece gli eventi programmati per festeggiare l’inizio del nuovo Anno Lunare, compresa una cena a cui parteciparono migliaia di famiglie. Nei giorni successivi l’evento migliaia di persone si ammalarono dando inizio all’epidemia in Cina.

Persiste il dubbio che l’infezione da CoV in realtà abbia dato segni di se già nei mesi precedenti ma sia stata scambiata per una forma atipica della normale influenza stagionale. Il 27 dicembre 2019  Zhang Jixian,  medico dell’Hubei Provincial Hospital of Integrated Chinese and Western Medicine, comunicò alle autorità che la malattia  era causata da un nuovo Coronavirus, successivamente chiamato SARS-CoV-2.

In Cina le autorità hanno messo in atto stringenti misure di contenimento dell’infezione mediante politiche di isolamento dei foci epidemici molto restrittive e hanno fatto subito ricorso alle potenzialità offerte dalle tecnologia della comunicazione già in essere in quel paese.

Diffusione dell’infezione in Italia

I primi cittadini Europei ufficialmente infettati da CoV sembrano risiedere nei paesi del Nord ed avere attuato una politica di auto-confinamento che ha di fatto limitato la diffusione del CoV in quei paesi. Così purtroppo non è accaduto quando il primo cittadino italiano si è infettato forse anche a causa di alcuni fattori concomitanti che ne hanno invece potenziato gli effetti contagiosi.

La partita internazionale dell’Atalanta giocata a porte aperte, l’elevata attività sociale del primo infetto che pare abbia incontrato durante il periodo dell’incubazione circa 600 persone, l’abitudine a recarsi direttamente in ospedale al sorgere dei primi sintomi anziché confinarsi a domicilio e ricorrere alle cure del medico curante, sono tutti fattori la cui responsabilità è quantomeno suggestiva.

Se a ciò si aggiunge il fatto che il primo caso si è registrato in un ospedale periferico, prima che fossero messi in atto protocolli specifici di gestione (inclusi i presidi di protezione e la separazione dei percorsi CoV e non-CoV ), il nosocomio si è trasformato a sua volta in una sede di ulteriore contagio: verso il personale sanitario, i nuovi ammessi e i ricoverati (che già debilitati hanno dimostrato una particolare suscettibilità all’infezione).

Contestualmente i controlli di frontiera all’ingresso in Italia si limitavano, senza peraltro indagare sulla effettiva città di partenza (verificando solo quella di provenienza), alla rilevazione della temperatura corporea con eventuale raccomandazione di quarantena domiciliare volontaria, permettendo pertanto l’ingresso di persone da zone ad alto rischio e la loro libera circolazione, senza particolari controlli.

La comunicazione da parte degli enti ufficiali è parsa latitante per molti giorni nonostante il Governo avesse già decretato lo Stato di emergenza: sono mancate raccomandazioni chiare su quanto stava accadendo. Purtroppo alcuni rappresentanti della comunità scientifica italiana (anche residente all’estero) hanno preferito diffondere le loro pillole di saggezza in ordine sparso, senza previa concertazione della comunità scientifica, creando una incredibile entropia. Sono emerse diverse star mediatiche che hanno battagliato in pubblico, ciascuno ritagliandosi minuti di gloria; molti portando avanti tesi verosimilmente insostenibili. L’unico risultato di tutto ciò è  stato di creare ancora più confusione circa la diffusione dell’infezione, i presidi necessari a circoscriverla e a proposito del suo potenziale patogenico.

“Come ci si contagia, tramite il contatto diretto o mediante particelle di saliva ? Tramite gli oggetti e per quanto tempo ? Le maschere servono e quali ? E i guanti ?” Queste erano alcune delle domande più  frequenti e non trovano ancora oggi risposte univoche. Non c’è quindi da stupirsi che le persone abbiano reagito nelle maniere più diverse e pure sottovalutato il reale pericolo.

Alcuni disguidi organizzativi sono forse ascrivili al fatto che l’Italia è stato il primo paese occidentale travolto dal CoV. Ci rimarrà sempre il dubbio che un atteggiamento più risoluto dall’inizio avrebbe potuto favorire un decorso diverso.

Le azioni regionali

Le epidemie si trasmettono attraverso le vie commerciali e di conseguenza tendono a colpire i grandi agglomerati urbani, come è già più volte successo in passato. Di ciò bisogna tenere conto quando ci si avventa in confronti, ad esempio tra le diverse Regioni. Se è vero che il virus ha viaggiato prevalentemente in aereo, è necessario rammentare che il flusso di passeggeri nel mese di Gennaio in Lombardia è stato 5 e 3 volte superiore a quello della Emilia-Romagna e del Veneto rispettivamente. E così pure la densità della popolazione in Lombardia è rispettivamente 1,6 e 2,12 volte superiore a quella di Emilia-Romagna e del Veneto.

Vi è poi il terribile dato delle Residenze per Anziani, che rappresentano un bacino ideale per lo sviluppo dell’epidemia che contempla anche il contagio oro-fecale: alta concentrazione di persone fragili con patologie associate, spesso non auto-sufficienti ed estremamente difficili da tenere in condizioni igieniche perfette.

L’approvvigionamento di materiale sanitario di protezione (maschere-guanti-igienizzanti) è stato a livello locale e centrale un chiaro esempio di inefficienza e inadeguatezza dei processi esistenti, laddove i comunicati mediatici erano più frequenti della disponibilità stessa del materiale medesimo.

Gli organi regionali hanno quindi organizzato la ricezione ospedaliera in funzione della malattia, adibendo alcuni centri al trattamento di patologie specialistiche ed altri anche a quello di CoV. Il timore di essere infettati ricorrendo al ricovero ospedaliero ha fatto si che alcuni pazienti preferissero rimandare le cure necessarie, così aumentando la mortalità anche da patologie non-CoV.

Gli ospedali COVID

Alcuni ospedali hanno percepito da subito la rilevanza del problema ed hanno implementato soluzioni logistiche atte a limitare la diffusione del CoV intra-moenia (si pensi ai percorsi separati, al triage esterno, all’inversione dei flussi d’aria per citarne alcuni).

La riconversione dei reparti è stata fondamentale per fare fronte al surplus di accesso dei pazienti CoV, pazienti che necessitano l’adozione di provvedimenti e processi assai complessi. Si è altresì assistito all’abnegazione del personale medico e paramedico, sia delle zone colpite che di provenienza da quelle più risparmiate dall’infezione.

Allo stesso modo siamo stati testimoni di lodevoli iniziative private per approntare in poco tempo nuovi posti letto e successivamente abbiamo visto sorgere – tra le polemiche e le critiche – un padiglione costruito in fiera probabilmente con una capacità sovrastimata di posti letto e macchinari ma con insufficiente personale; risulta un’ardua impresa conoscere il numero totale dei ricoverati. E’ lecito chiedersi se sia stata solo una gara di solidarietà o purtroppo anche politica? E’ pur vero che nonostante sia stato ultimato già nella fase di “plateau” o calante dell’epidemia, non è escluso che possa invece rivelarsi prezioso laddove si avesse un “rebound” del numero dei contagi dopo la fine del “lock-down”.

E’ verosimile che anche i presidi terapeutici non siano stati concordati e ciascuno abbia fatto del proprio meglio per trovare la propria soluzione favorendo l’insorgere di una molteplicità di trattamenti terapeutici: sintomatici, anti-infiammatori, antibiotici, antivirali e vari altri farmaci presi a prestito da altri campi. Se da una parte ciò ha dato adito ad una malaugurata entropia, dall’altro ha forse aumentato le possibilità di trovare il rimedio più efficace. Ad onor del vero, alcuni di questi hanno anche riportato risultati clinici incoraggianti ma pur sempre in studi sporadici e con campioni non sufficienti a comprovarne l’efficacia.

L’emergenza sanitaria

La nostra incapacità di percepire il fenomeno, forse sviati dalle poche e contraddittorie informazioni che giungevano dai paesi già afflitti dal CoV, ci ha disorientato su quale fosse il reale fabbisogno delle strutture sanitarie interessate dal problema. La prima espressione pubblica del problema è stato l’afflusso costante e ingravescente di pazienti in insufficienza respiratoria che affollavano i pronto soccorso, travolgendo strutture territoriali non idonee a fronteggiare questo fenomeno. Per cui i primi giorni sono stati per lo più contraddistinti dal susseguirsi di previsioni di quanti “ventilatori” fossero necessari per affrontare il fenomeno, identificando nel ventilatore la vera chiave di volta. Insomma, i dati sanitari resi accessibili dalla Cina sul percorso della epidemia hanno contribuito a distorcere la percezione del reale fabbisogno.  Laddove inizialmente il ricorso alla ventilazione meccanica sembrava costituire la soluzione, più recentemente pare prevalere – laddove possibile – una maggiore attenzione al ruolo causale primario della componente infiammatoria-immunitaria con conseguenze sulla coagulazione e sull’integrità del sistema vascolare

Quando si è percepito che i pazienti che vedevamo in pronto soccorso erano solo gli epifenomeni più gravi e tardivi della infezione, manifestazione dei soli pazienti probabilmente infettati con cariche virali molto elevate e latori di manifestazioni esplosive del fenomeno, si è cominciato a prestare più attenzione a come affrontare il problema direttamente sul territorio. Alcune regioni che hanno avuto il tempo e la capacità di impostare il lavoro, sono forse riuscite nell’intento di modificare il corso della pandemia. La possibilità di isolare a domicilio i pazienti, monitorizzando la progressione della malattia, affrontando le complicazioni, e limitando le sovrainfezioni, ha probabilmente ridotto la letalità della malattia. Tuttavia questo approccio è stato limitato da alcune carenze di tipo logistico, come ad esempio la scarsa disponibilità dei test per identificare la presenza del virus.

I criteri di ricovero

Se i criteri di ricovero sono forse stati chiari sin dall’inizio (tampone positivo nel paziente sintomatico per insufficienza respiratoria), così non è stato per le regole da adottare per coloro che convivono con i pazienti domiciliati. Infatti non risulta ancora chiaro perchè non sia obbligatoria l’esecuzione del tampone da parte di coloro che convivono con il paziente CoV+ al fine di permetterne la circolazione.

E’ verosimile che anche i presidi terapeutici non siano stati concordati e ciascuno abbia fatto del proprio meglio per trovare la propria soluzione favorendo l’insorgere di una molteplicità di trattamenti terapeutici: sintomatici, anti-infiammatori, antibiotici, antivirali e vari altri farmaci presi a prestito da altri campi.

I primi protocolli terapeutici, come precedentemente anticipato, erano basati sulle poche esperienze condivise dalla Cina, oggi accusati di essere stati manipolati. Se da un lato la Organizzazione Mondiale della Sanità aveva basato le proprie raccomandazioni su questi dati, non si può non constatare la confusione su quale approccio farmacologico tenere per questi “nuovi” pazienti, creata dal fiorire di pubblicazioni scientifiche poco robuste.

Se da una parte ciò ha dato adito ad una malaugurata entropia, dall’altro ha forse inconsapevolmente favorito le possibilità di trovare il rimedio più efficace. E ad onor del vero, alcuni di questi hanno anche riportato risultati clinici incoraggianti ma pur sempre in studi sporadici e con campioni non sufficienti a comprovarne l’efficacia. Il ricorso alla ventilazione meccanica era stato preferito all’inizio, mentre più recentemente sembra prevalere – laddove possibile – l’attenzione sul ruolo primario della componente infiammatoria-immunitaria con conseguenze sulla coagulazione e sull’integrità del sistema vascolare.

La gestione dei pazienti

Il problema critico di questa emergenza è l’assenza di una cura efficace e standardizzata per i pazienti affetti. Non esiste al momento alcun approccio farmacologico in grado di risolvere l’infezione in maniera efficace. L’azione terapeutica svolta dagli operatori è rivolta a cercare di ridurre o ritardare le complicazioni, avendo tuttavia un costo biologico non indifferente.

Appare oramai acclarato come la infezione sia asintomatica almeno nel 50% dei soggetti; un restante 40% ha una evoluzione clinicamente valutabile, ma con sintomi lievi e che non richiedono un accesso ospedaliero. Si ritiene che un restante 10%[1]. dei soggetti infettati ha una forma di insufficienza di organo, che in particolare essendo un virus respiratorio, rende evidente con una ipossia, ovvero una desaturazione dell’emoglobina in periferia. In parole povere la malattia clinicamente rilevante ha coinvolto una percentuale di apparato respiratorio (polmone) che ha superato le riserve che l’organismo normalmente ha, ed ha quindi creato una insufficienza. E’ infatti ben noto che in caso di patologia, ad esempio oncologica, si possa rimuovere un polmone intero, con anche parte del polmone controlaterale residuo, senza creare una limitazione funzionale percettibile. Pertanto fino a che l’infezione lascia “libero” almeno ½ della capacità funzionale del paziente, l’organismo spesso non ha problemi. Quando vengono superati i limiti della riserva polmonare, l’intero organismo inizia a soffrire di ipossia e tutti gli apparati sono contemporaneamente coinvolti.

Pertanto la cura migliore è supportare la carenza di ossigeno, inizialmente facendo respirare al paziente una miscela più ricca di ossigeno, facilitando la diffusione del gas nelle aree ancora funzionanti. Quando questa strategia non appare più sufficiente si cerca di “reclutare” aree al limite, di ultimo prato, attraverso pressioni di ventilazione più elevate (attraverso i caschi CPAP). Nei casi più severi, quando questa strategia non appare sufficiente, si cerca di favorire il reclutamento con ventilazioni più invasive (respirazione meccanica con “intubazione”) e contemporaneamente di ridurre il fabbisogno di ossigeno dell’organismo (messa a riposo dalla fatica respiratoria) così da creare un equilibrio artificialmente stabile.

L’approccio farmacologico

L’Italia, suo malgrado, essendo stata la prima nazione occidentale a sviluppare una “massa critica” di casi, è stata precursore nello stabilire quella che appare attualmente la terapia di base. Tavoli di lavoro fra le varie strutture, e confronto positivo a tutti i livelli, da quelli istituzionali a quello più diretto fra le varie figure professionali interessate, hanno permesso di porre solo oggi le basi per quello che attualmente pare essere l’approccio farmacologico più standardizzato.

Nei pazienti in fase iniziale, quando appare tracciabile il contagio ed è possibile stabilre la comparsa dei sintomi entro 3/5 giorni dalla presentazione, si preferisce generalmente implementare la seguente strategia: 

  • in assenza di controindicazioni (per lo più cardiologiche) Idrossiclorochina allo scopo di modulare la risposta infiammatoria
  • al fine di evitare eventuali sovrainfezioni/coinfezioni (ed eventuali infezioni batteriche che possano simulare CoV) terapia antibiotica standard per le vie aeree (Azitromicina o Ceftriaxone)
  • la terapia antiretrovirale con Lopinavir – Ritonavir in caso di conferma mediante tampone PCR di CoV 
  • evidenze laboratoristiche di livelli di fattori plasmatici che potrebbero suggerire una alterazione procoagulante in corso di infezione, hanno suggerito l’implementazione di livelli terapeutici di anticoagulazione, il cui rapporto costo biologico/beneficio è tutt’altro che noto, oltre alla consueta terapia profilattica viene regolarmente somministratata nei pazienti allettati, in particolar modo se anziani
  • un discorso particolare è riservato alla terapia con anticorpi monoclonali antinfiammatori (ad es. Tocilizumab) in cui il rapporto costo biologico/beneficio non è ancora definito: probabilmente soggetti giovani, altrimenti sani, che ne possano tollerare i forti effetti immunosoppressivi, con accertati livelli elevati di citochine elevati (interleuchina 6) potrebbero avere un vantaggio nello stadio iniziale della insufficienza respiratoria.
  • oggetto di dibattito è la terapia con steroidi; inizialmente di fatto controindicati alla luce dei dati provenienti dalla Cina, sono attualmente timidamente introdotti in pazienti con quadri clinici non responsivi alla terapia ritenuta “convenzionale”.

E’ bene rammentare che, nonostante la gran mole di lavoro fin qui svolta, questi approcci terapeutici sono da ritenersi al momento, poco più che palliativi. Più che curare la malattia di base si stanno trattando le complicazioni al fine di evitare che la risposta dell’organismo all’infezione peggiori il quadro clinico già critico.

La terapia intensiva

Per quanto riguarda e il trattamento il trattamento dei pazienti più gravi, ovvero coloro che accedono direttamente alla terapia intensiva o dopo pochi giorni di degenza in reparto, si può schematicamente affermare che si sono avute tre ondate successive e che il trattamento  di tipo “ ventilatorio” è stato gradualmente modificato nel tempo. All’inizio si sono osservati i pazienti più anziani (oltre gli 80 anni),  con indici di fragilità elevati per la presenza di numerose patologie coesistenti. La seconda ondata ha visto coinvolti i pazienti  tra i 50 e 70 con patologie metaboliche e vascolari, diabetici e cardiopatici. Infine i pazienti più giovani,  che nella maggior parte generalmente contraddistinti da dimetabolismo, obesita e intolleranza glucidica.

Le strategie ventilatorie, inizialmente volte a mantenere una maggior “espansione del polmone” con l’ utilizzo di alte pressione di lavoro del ventilatore, si sono gradualmente orientate verso modalità più conservative (ventilazione protettiva). La chiave di volta pare essere stata la comprensione che il “primum movens” risiedeva in una sorta di corto circuito (“shunt”) che di fatto permetteva al sangue desaturato di saltare il polmone, esitando così in grave stato ipossiemico. La ventilazione e l’uso del ventilatore hanno avuto pertanto uno scopo quasi palliativo, permettendo che la malattia facesse il proprio corso naturale e dando più  tempo all’organismo per reagire.

Fattori di rischio

Risulta arduo allo stato delle cose, stabilire con certezza il ruolo avuto dalle cardiopatie pre-esistenti poiché la mortalità  riportata dai diversi paesi è molto varia. I pazienti gravi con insufficienza respiratoria tendono a manifestare aritmie,  insufficienza cardiaca acuta, infarto miocardico di tipo 2 da aumentata domanda (in seguito alla trenenda reazione infiammatoria) o sindrome di Tako Zubo in percentuale non irrisoria. Sono complicanze che si sono già viste nella SARS, Mers o altre epidemie influenzali. Non vi è nessuna chiara evidenza di una miocardite virale da CoV anche se alcuni ne hanno parlato. Infatti non ci sono state al momento biopsie o necroscopie cardiache che abbiano dimostrato la presenza del virus nel miocardio e quindi sembrerebbe che le insufficienze cardiache acute riportate siano piuttosto da imputarsi allo stress citochinico e adrenalinico.

Non è ancora comprovato che l’ipertensione sia un fattore di rischio, sebbene sia dimostrato che il CoV utilizzi il legame tra il proprio spike ed il recettore angiotensina-enzima di conversione 2 per fare il prorpio ingresso nelle cellule ; ciònonostate, essendo molto diffusa nella popolazione generale, e  soprattutto nella fascia di età più elevata, è stato naturale riscontrala anche anche nei pazienti CoV. Infine, nonostante la dimostrata tendenza trombogena di questa malattia (soprattutto trombosi venose e polmonari) non è stata dimostrata una aumentata trombosi intrastent il che permette di ipotizzare che il trattamento combinato di antiaggregante + anticoagulante possa essere di beneficio.

Ricovero o domicilio?

La politica sanitaria degli anni passati aveva depauperato i posti di terapia intensiva, impoverito il territorio e creato di conseguenza un’abitudine per cui, in caso di necessità, si preferisce andare direttamente in pronto soccorso anziché ricorrere al medico di famiglia.

Le residenze per anziani, in Italia come in altri paesi, hanno registrato alti tassi di mortalità perchè luoghi di aggregazione di persone debilitate dalla vecchiaia e dalle malattie  e dove la dimensione “collettiva “ è importante (mangiano insieme etc.. ); allo stesso modo forse non si è provveduto ad identificarle subito come  possibili luoghi di intervento preventivo.

Se i criteri di ricovero sono forse stati chiari sin dall’inizio (tampone positivo nel paziente sintomatico), così non è stato per le regole da adottare per coloro che convivono con i pazienti domiciliati al termine della quarantena. Infatti non risulta ancora chiaro perchè non sia obbligatoria l’esecuzione del tampone da parte di coloro che convivono con il paziente CoV+.

L’informazione al pubblico

Uno dei tasti più ostici per chi come noi cercava di dare una dimensione quantitativa al fenomeno, è stato rappresentato dalla comunicazione ufficiale dei dati giornalieri spesso poco chiara. Ad esempio non era detto se fossero numeri cumulativi o incrementali. In particolare è parso evidente come non fossero state comunicate le definizioni delle diverse categorie (guariti in primis). Per rendere ancora più difficile il computo, l’ordine stesso delle Regioni veniva modificato ogni giorno. Non è chiaro come venisse definito il tasso di mortalità: era da CoV (senza altra patologia), con CoV concomitante (ma causata da altra patologia), aggravata da CoV (con fattori di rischio), conseguente a CoV (perché si temeva di andare in ospedale vedi infarto miocardico e ictus). I calcoli non erano indicizzati per numero di abitanti, per tamponi eseguiti e nemmeno per classi di rischio (in base all’età o ai fattori di rischio concomitanti).

Solo successivamente si è pensato di paragonare il tasso di mortalità a quello stagionale degli anni precedenti per verificare se vi fosse un aumento non altrimenti registrato.

Gli studi necessari

Per questo stesso motivo si avverte forte la necessità di eseguire immediatamente un studio chiuso su ca 10mila persone in un comune della Lombardia, cui fare in modo sistematico un tampone ed esami sierologici, con raccolta della storia clinica personale e di tutti i famigliari; riteniamo che ciò possa aiutare a comprendere la vera dimensione del fenomeno. E possibilmente validare alcune ipotesi già in circolazione a proposito dell’impatto del fumo e dell’inquinamento atmosferico, della predisposizione nei diabetici ad avere un decorso più grave della malattia ma non ad essere più suscettibili ad infettarsi. E soprattutto rispondere alla domanda che ci poniamo in questo periodo: perchè la curva di discesa della pandemia appare più lenta in Lombardia ?

Il ruolo del tabacco in questa infezione permane poco chiaro. Infatti, da una parte si riferisce complicare il decorso della malattia prolungando i tempi di degenza, accrescendo il ricorso alla ventilazione meccanica esitando in un quadro polmonare post-guarigione più severo; ma altre fonti sembrano invece conferire al tabacco addirittura un ruolo protettivo. Anche l’uso di sigarette elettroniche risulterebbe nocivo in questi pazienti, in quanto alcuni dei componenti sarebbero capaci di sopprimere il sistema immunitario e modificare la risposta infiammatoria nelle cellule epiteliali nasofaringee in modo da rendere l’individuo piu’ suscettibile all’infezione da Covid, altresì inducendo la comparsa di una polmonite chimica, che andrebbe a sovrapporsi al quadro infiammatorio virale. Anche l’inquinamento atmosferico sembra giocare un ruolo. Il particolato atmosferico funzionerebbe da vettore per componenti contaminanti, chimiche e biologiche, inclusi i virus.

Aspetti sociali e ambientali

Vi è stata una accesa discussione a proposito di una possibile correlazione (che non necessariamente implica causalità) tra l’inquinamento e la diffusione del CoV come suggerito dalla apparente diversa prevalenza dell’infezione virale in regioni del nostro Paese con diversi tassi di inquinamento atmosferico: la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Piemonte e il Veneto sembra siano state piu’ colpite rispetto ad aree del Centro-Sud. Si riporta che alcune analisi hanno mostrato come concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune province del Nord Italia nel periodo dal 10 al 29 Febbraio, forse esercitamdo un’azione di “boost”, cioe’ di impulso alla diffusione dell’epidemia in Pianura Padana. Ma oggi sembra sia possibile confutare tale suggestione di causalità:  nelle grosse concentrazioni urbane tende a esserci più pm2.5 e più concentrazione sociale, ma è la seconda importante. Una indivazione in tal senso giunge dalla osservazione che la parte della Val Seriana, maggiormente colpita, era sopra il livello di inversione termica, e quindi con poco PM10.

Forse ci aiuterà a capire se anche in Italia (come già ipotizzato o implementato in altri paesi), in futuro sarà utile separare le persone ancora a rischio di infezione (senza anticorpi specifici) per gruppi di età, presenza di comorbidità (ipertensione e diabete), attività sociale.

Poiché la gestione della crisi sanitaria non può trascendere dalla strategia del rilancio economico del paese, abbiamo approfondito questi aspetti.


[1] The epidemiological characteristics of an outbreak of 2019 novel coronavirus diseases (COVID-19) in China]. Zhonghua liu xing bing xue za zhi = Zhonghua liuxingbingxue zazhi. 2020;41:145-151

AVVERTENZA: Le raccomandazioni ed opinioni contenute nei documenti e report presenti nel sito ‘Unitiperinformare.it’ sono basate oltre che sulla ricerca svolta, sul bagaglio di esperienze e competenze professionali individuali e sono espresse a titolo personale, non essendo in alcun modo riferibili alle rispettive organizzazioni di appartenenza.