IMPATTO ECONOMICO-FINANZIARIO

La dimensione globale dell’epidemia

Non si può fare a meno di sottolineare la dimensione globale dell’epidemia COVID-19. Il contagio inizia in Cina, ma si diffonde in tutto il Pianeta ed è ancora in evoluzione soprattutto nei Paesi in Via di sviluppo. Sarebbe stato evidente fin da subito che in un mondo globalizzato, dove la Cina ha il ruolo di motore dell’economia globale, la trasmissione del virus potesse velocemente trasformarsi in una pandemia globale. Anche la SARS si è originata in Cina e fortunatamente confinata nel Paese, ma negli anni 2002-2003 la Cina aveva le frontiere chiuse con il mondo e non certo la dimensione di potenza globale che ha oggi.

Ci sono state indecisioni ed una mancata leadership globale su come affrontare la pandemia, non solo dal punto di vista tecnico ma anche economico e politico. Le reazioni dei leaders sono state dapprima inesistenti e poi completamente scomposte nei linguaggi e nelle politiche nazionali. In Europa la diffidenza, gli orientamenti nazionalistici e l’interesse economico prevalente delle nazioni ha fatto perdere tempo ed ha sociologicamente diviso i popoli europei. La voce delle Nazioni Unite non si è sentita, non si è nemmeno convocata una riunione del consiglio di sicurezza sul tema COVID-19.

Il tema della solidarietà economica è fondamentale a livello globale ed ancora di più per l’Europa. E’ oggi più che mai evidente che il futuro economico di paesi come Germania, Olanda e Paesi Scandinavi, dipende largamente dallo stato delle economie degli altri. Occorre definire un accordo per l’utilizzo degli strumenti finanziari comune, indispensabile per la ripresa dalla crisi economica.

Inoltre, è necessario ed urgente un coordinamento globale tra i Paesi. Alla riapertura delle attività, i paesi Europei vedranno l’arrivo di persone da paesi con storie diverse di prevenzione e contagio, con il rischio di riattivazione di focolai pandemici. Per prevenire tale evento è indispensabile un accordo sulla gestione delle frontiere e l’organizzazione logistica dei trasporti interfrontalieri.

Impatto Finanziario in Italia

Una riapertura rapida di più settori è necessaria per evitare un danno permanente all’economia di dimensioni molto importanti e conseguenze sociali forti.

Gli aspetti fondamentali per la ripresa In Italia sono discussi in un recente rapporto del Centro Studi Confindustria (CSC) (pubblicato il 31 Marzo 2020): LE PREVISIONI PER L’ITALIA. QUALI CONDIZIONI PER LA TENUTA ED IL RILANCIO DELL’ECONOMIA?

Viene stimata una enorme perdita del PIL (10% rispetto a fine 2019), rappresentata nel Grafico A, nell’ipotesi che la fase acuta dell’emergenza sanitaria si vada esaurendo alla metà del secondo trimestre dell’anno (Maggio), e prevedendo che nel settore manifatturiero saranno attive queste percentuali di imprese nei prossimi mesi,. Aprile: 40% all’inizio; 60% alla fine del mese; maggio: 70% all’inizio; 90% alla fine del mese; giugno: 90% all’inizio; 100% alla fine del mese. La ripartenza nel secondo semestre sarà comunque frenata dalla debolezza della domanda di beni e di servizi.

Nel caso in cui la situazione sanitaria non evolvesse positivamente, in una direzione compatibile con questo scenario dell’offerta, le previsioni economiche qui presentate andrebbero riviste al ribasso. Anche in presenza di una ripresa nella seconda parte dell’anno, nel 2020 un netto calo del PIL (stimato del -6%) è comunque ormai inevitabile. Ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali, potrebbe costare una percentuale ulteriore di Prodotto Interno Lordo dell’ordine di almeno lo 0,75%.

Gli investimenti delle imprese sono la componente del PIL più colpita nel 2020 (-10,6%). Calo della domanda, aumento dell’incertezza, riduzione del credito, chiusure forzate dell’attività: in questo contesto è proibitivo per un’azienda realizzare nuovi progetti produttivi, visto che la stessa prosecuzione dell’attività corrente è compromessa o a forte rischio, come mostra la caduta della produzione industriale. Gli investimenti privati, perciò, crolleranno nella prima metà di quest’anno.

Tutto ciò esercita una pressione senza precedenti sulla capacità di resilienza del nostro sistema produttivo. Dalla sua tenuta dipendono le prospettive di rilancio, una volta terminata l’emergenza sanitaria. In particolare, dall’industria Italiana dipendono direttamente o indirettamente un terzo circa di tutti gli occupati nel nostro Paese e originano circa la metà delle spese in R&S e degli investimenti necessari ad aumentare il potenziale di crescita dell’economia.

Oggi è urgente evitare una drammatica crisi di liquidità nelle imprese, attivando un flusso di liquidità che consenta di diluire nel lungo termine l’impatto della crisi per le imprese, senza appesantire eccessivamente il debito pubblico.

Il rapporto CSC sottolinea: “Nel riconoscere lo sforzo compiuto dal Governo, è tuttavia chiaro che occorre rafforzare massicciamente la diga a difesa della nostra economia, anche con strumenti innovativi. È cruciale che si definisca fin d’ora il quadro delle prossime azioni, necessarie per restituire fiducia a famiglie e imprese, rispetto a un percorso di salvaguardia del sistema produttivo da un evento così profondamente negativo.”

Nel Rapporto del CSC sono esaminati quattro fattori geoeconomici cruciali: i cambiamenti climatici, le regole europee, i legami finanziari USA-Europa e la governance multilaterale degli scambi.

Il rapporto è disponibile al link: https://www.confindustria.it/home/centro-studi/temi-di-ricerca/congiuntura-e-previsioni/tutti/dettaglio/rapporto-previsione-economia-italiana-scenari-geoeconomici-primavera-2020

Economia e società: il ruolo delle telecomunicazioni, tra innovazione e barriere

Nella pandemia Covid-19, l’argomento più importante da affrontare sul piano nazionale è sicuramente il rischio della perdita di occupazione, un danno che rischia di procrastinare i tempi della ripresa, sia dal punto di vista dell’offerta, che della domanda. Per questo motivo sono prioritari quegli interventi che prevengano la catena di chiusure e di fallimenti di imprese a causa del crollo dei ricavi e delle conseguenti crisi di liquidità; a tal fine gli interventi previsti di sostegno finanziario con garanzia dello Stato possono fornire “ossigeno” finanziario per mantenere in equilibrio di cassa le imprese. Il sistema bancario può, con adeguate coperture statali, evitare che la caduta della domanda si trasformi in distruzione dell’offerta e quindi della base occupazionale.

L’intervento bancario può anche aiutare a prevenire comportamenti difensivi che sono in realtà dannosi per il sistema delle imprese, ovvero il blocco del pagamento dei fornitori. Imprese che, per un senso malinteso di prudenza, non onorano tempestivamente i propri debiti commerciali, rompono la catena di fornitura, un fenomeno potenzialmente molto pericoloso che retro-agisce a monte nelle varie fasi dei cicli produttivi, una vera e propria nuova forma di contagio tra le imprese. Infatti, il beneficio a vantaggio di chi trattiene immotivatamente la liquidità è un beneficio di cortissimo termine, perché un’azienda che ha privilegiato l’equilibrio di cassa, ma ha rotto la catena di fornitura, è un’azienda che rinuncia potenzialmente a rientrare appieno nel ciclo produttivo, con danni durevoli per sé ed i propri occupati.

In questo periodo, la continuità operativa delle imprese dipende, oltre che da fondamentali fattori di tipo economico e finanziario, anche dalla possibilità di mantenere funzionanti una importante serie di attività grazie alle reti di telecomunicazioni. In questo periodo noi abbiamo tutti constatato, più che mai in passato, che le reti di telecomunicazioni sono un’infrastruttura essenziale. Ciascuno di noi ha intensificato l’uso delle reti digitali, in particolarmente nel mondo del lavoro e dello studio. L’Italia rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea registra un importante ritardo nella diffusione degli strumenti di comunicazione digitali nelle imprese, nel commercio, nella pubblica amministrazione ed anche nella didattica. La crisi che stiamo vivendo ha comportato rapidissimi progressi nel tasso di adozione di tali strumenti da parte di tutte le organizzazioni, private e pubbliche, progressi che, invece, con i ritmi precedenti, avrebbero richiesto molti anni.

E’ auspicabile che la consapevolezza della rilevanza essenziale dalle telecomunicazioni modifichi anche l’attitudine degli “architetti” delle norme e delle regole che governano il mondo delle Infrastrutture di telecomunicazioni per liberare il potenziale del beneficio che l’economia e la società ne può trarre. Questo tema è importante oggi, in un’emergenza in cui le telecomunicazioni sono vitali, ma lo sarà ancora di più domani. Infatti, la pandemia ha disvelato un sistema economico e sociale fragile. Il sistema delle telecomunicazioni è un sistema di sicurezza e questa acquisita consapevolezza non può non essere anche in futuro una priorità altissima per i Regolatori come la Commissione Europea, il Governo, il Parlamento e le Autorità Indipendenti di Regolamentazione. Questi enti hanno negli ultimi 25 anni aperto il settore alla libera concorrenza. A questa svolta storica sono stati associati due criteri: il criterio della promozione della concorrenza e il criterio della tutela del consumatore, entrambi criteri cardine del diritto europeo e nazionale di tutti i paesi dell’Unione Europea. Un terzo criterio di cruciale importanza è l’equilibrio della catena del valore.

La concorrenza promuove lo sviluppo di nuovi servizi di migliore qualità, innovativi e a costi più accessibili. Questo ha comportato grandi progressi in termini di potere d’acquisto del consumatore finale, ma il diritto antitrust non può non osservare anche il fine bilanciamento tra la quota della catena del valore che affluisce, a monte, alla ricerca ed allo sviluppo delle tecnologie, a valle in termini di maggiore potere d’acquisto dei consumatori finali ed infine la quota di valore che viene trattenuto dai gestori delle reti di comunicazione per remunerare gli ingenti capitali investiti e garantire la sostenibilità degli investimenti futuri. L’Europa, per contro, è passata in un quarto di secolo dai monopoli di Stato all’estremo opposto della iper-competizione di mercato, che crea uno stress economico-finanziario che mette seriamente a rischio il flusso di investimenti necessari per assicurare la competitività del continente europeo in tema di disponibilità delle tecnologie digitali.

A fronte di questa situazione, nei prossimi cinque anni, in Italia saranno invece necessari investimenti, per realizzare le reti ultra-broadband in linea con gli obiettivi della Gigabit Society, nella misura di 55-70 miliardi di euro. Oggi il consumatore gode di un livello di potere d’acquisto che si è fortemente accresciuto, ma al tempo stesso il consumatore è un cittadino che la cui aspettativa più importante è quella di vedere realizzate reti infrastrutturali ultra-broadband sull’intero territorio nazionale. Le politiche pro-consumeriste in Italia hanno raggiunti livelli estremi, solo parzialmente emulati dalla Francia e ancora meno dalla Spagna, certamente non dal Regno Unito e dalla Germania. Nel medio-lungo termine questo equilibrio tra potere d’acquisto del consumatore e sostenibilità degli investimenti dipende dall’insieme delle norme e regole che governano il settore delle comunicazioni elettroniche. Per esempio le dinamiche competitive che si sono registrate in Italia nel 2018 e nel 2019 hanno determinato un ulteriore disequilibrio nei conti di aziende già fortemente provate precedentemente.

Tra le priorità che, invece, sarebbe auspicabile vedere affrontate e risolte vi sono quelle relative alla velocità di costruzione delle infrastrutture, adottando criteri autorizzativi che snelliscano radicalmente il sistema di controlli ex-ante, ampliando le aree governate da auto-certificazione di aderenza al dettato normativo, a cui associare rigorosi controlli ex-post a campione, con accentuazione delle verifiche laddove siano rilevate infrazioni. Prossimo a tale tema è quello di una nuova stagione di collaborazione tra capitale privato e pubblico per superare in modo completo il “digital divide” ultra-broad band; le regole europee degli aiuti di Stato, per le aree economicamente non sostenibili, andrebbe al riguardo riviste in modo importante. Infine andrebbero adottate politiche di assegnazione dello spettro frequenziale a costi sopportabili per le imprese, a confronto degli oneri esorbitanti che sono stati richiesti dalle regole imposte per le aste delle frequenze 5G.

A livello globale, la questione dell’equilibrio della catena del valore chiama in causa anche il rapporto tra operatori di telecomunicazioni che investono e gestiscono le infrastrutture ed i c.d. “Big Tech”, che adottando modelli di business diversi “asset light”, ma che beneficiano dell’esistenza delle infrastrutture, concorrendo in misura assai parziale al loro finanziamento. Di plastica evidenza di tale affermazione sono i grandissimi avanzi finanziari degli operatori Over-The-Top, rispetto alla situazione di generale indebitamento strutturale degli operatori infrastrutturati, che registrano ritorni modesti sugli investimenti, spesso sotto il costo del capitale investito. Con qualche semplificazione, questo problema è il riflesso di una fondamentale questione irrisolta di tipo regolamentare a livello globale per la quale non è possibile presagire una soluzione nel futuro prossimo. La regola di base, ovvero “same rules for same services”, richiederebbe una intesa assai ampia e profonda tra Bruxelles e Washington che al momento non è dato intravedere.

Occorre inoltre un investimento sulla domanda pubblica, che è una domanda qualificata perché riguarda la totalità della cittadinanza ed è pertanto un grande canale di educazione all’uso dello strumento digitale da parte dei cittadini.

Infine, occorre avere il coraggio di fare un investimento di lungo termine sulle competenze digitali. In questo ambito il settore delle comunicazioni dovrebbe allearsi con il mondo dell’università e della ricerca, molto più di quanto avvenuto fino ad oggi; perché solo un paese con competenze digitali avanzate (come per esempio l’Inghilterra o gli Stati Uniti d’America) può scatenare una domanda privata che poi autonomamente crea, tramite la domanda di servizi avanzati, il presupposto per finanziare gli investimenti.

In questo momento, più che mai è fondamentale unire le forze. Telecomunicazioni, ricerca e il mondo delle fondazioni private dovrebbero essere aree che uniscono le forze. Le fondazioni private sono tradizionalmente uno dei canali di finanziamento della ricerca e dovrebbero diventare anche un canale di finanziamento dell’educazione digitale. Le fondazioni private potrebbero svolgere un ruolo di grande importanza per contrastare il digital divide culturale, divario che a sua volta accentua la disuguaglianza sociale e mette a rischio tanto la crescita dell’economia, quanto la coesione sociale nel medio termine.

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