LA CRISI COVID IN ITALIA E NEL MONDO

I Dati Italiani ufficiali

L’Italia e in particolare la Lombardia con i suoi 10 milioni di abitanti, sono state pesantemente colpite dall’epidemia di COVID-19. Secondo i dati ufficiali, al 22 Aprile si sono registrati 187.327 casi e 25.089 decessi su scala nazionale, e 67.931 casi e 12.740 decessi a livello regionale. Le cifre reali sono tuttavia incerte: i casi registrati in Italia includono essenzialmente i ricoveri ospedalieri, più un ristretto numero di soggetti positivi a tamponi PCR eseguiti in modo non sistematico.

In particolare, il numero di decessi in Italia è sotto-stimato, probabilmente fino a un fattore 1.2-1.4 rispetto al numero dei decessi registrati (fino a un fattore 4 a Bergamo in marzo). Problema peggiore è il numero casi dichiarati, 197-mila persone, che sono un insieme di soggetti ricoverati in ospedale, quindi già con insufficienza respiratoria e alcuni tamponi non organizzati. Chi è a casa non viene certificato e quindi non rientra nei conteggi, il che ha una valenza statistica fondamentale, ma non clinica sull’impatto della epidemia

Alcuni teorici, studiosi della epidemia, hanno ipotizzato che un “eccesso” di ospedalizzazioni nel modello lombardo (modello tutti dentro), rispetto a quanto avvenuto nel veneto (modello tutti fuori), sia la causa di differenza di mortalità fra le due regioni foci principali dell’epidemia.

Per questi motivi, la case fatality in Italia del 14%, è 5 volte più alta di quella riportata per l’epidemia in Cina.

I Dati Italiani sommersi

Dal recente sondaggio Doxa coordinato dal Prof. Carlo La Vecchia, condotto per stimare il numero dei pazienti con sintomi correlati al Covid (come febbre, mal di testa, raffreddore, tosse, disturbi gastrointestinali), si ritiene che dai 5 ai 10 milioni di italiani siano stati colpiti da COVID, un milione nella sola Lombardia. Ci sono quindi 100.000 casi verificati ma è probabilmente ipotizzabile fino a 10 milioni di casi “reali”.

Secondo i risultati dell’indagine Doxa, nelle ultime 3 settimane di Marzo 2020, in Italia il 14,4% dei soggetti ha riportato sintomi di tipo Covid-19, e l’1,5% febbre superiore a 38,5 gradi. In Lombardia le percentuali si attestano rispettivamente al 18,3% e al 3%. Anche ipotizzando che solo la metà dei sintomi segnalati sia riconducibile a Covid-19, almeno l’8% della popolazione in Italia e il 10% in Lombardia sarebbero stati affetti da Covid-19 nelle tre settimane precedenti la raccolta dati. Ciò equivarrebbe ad almeno 5 milioni di soggetti colpiti in Italia e 1 milione nella sola Lombardia, una cifra che può essere raddoppiata supponendo che la maggior parte dei sintomi simili a quelli di Covid-19 sia effettivamente correlata a Covid-19.

Ciò equivarrebbe ad almeno 5 milioni di soggetti colpiti in Italia e 1 milione nella sola Lombardia, una cifra che può essere raddoppiata supponendo che la maggior parte dei sintomi simili a quelli di Covid-19 sia effettivamente correlata a Covid-19. I dati indicano pertanto che – anche ignorando i casi asintomatici – l’epidemia di Covid-19 potrebbe aver colpito una parte sostanziale della popolazione italiana entro la fine di marzo, certamente superiore di un ordine di grandezza, e forse anche di due, rispetto ai casi registrati.

Se teniamo conto di questi numeri, la “letalità” della infezione è perfettamente allineata a quella riportata in tutti gli altri contesti internazionali: sono pertanto da considerarsi verosimili.

Contenimento dell’epidemia

In assenza di una strategia di cura farmacologica o immunologica (vaccino), è stato discusso come l’unica via d’uscita dalla epidemia potesse essere rappresentata dalla cosiddetta immunità di gregge (il virus che incontra solo soggetti immunizzati e non riesce a proseguire il processo di propagazione). Tuttavia è da considerare che queste percentuali sono da proporsi almeno per l’80/90% della popolazione nazionale, con un costo immediato di vite umane molto alto. Contestualmente, questo costo immediato, non tiene conto delle invalidità permanenti che i soggetti che “ne vengono fuori” avrebbero a causa di “cicatrici” polmonari e sistemiche legate ai processi di guarigione delle lesioni; capitolo del tutto attualmente inesplorato.

Pertanto parlare di “risoluzione” dell’epidemia in assenza di novità scientifiche non ha senso, e l’unica strategia è la protezione ad oltranza della popolazione, in particolare quella parte più fragile e suscettibile di complicazioni, attraverso l’isolamento completo ed immediato dei soggetti che sono “diffusori” del virus. In Italia la grande eterogeneità territoriale (differenze tra le regioni Italiane) può complicare il quadro della risoluzione dell’epidemia per via della diffusione tardiva in aree finora meno colpite.

L’introduzione di misure restrittive è avvenuta tardivamente nelle aree maggiormente colpite, mentre è stata efficace nelle regioni del sud avendo evitato in maniera efficace la penetrazione del contagio. Abbiamo registrato nella settimana tra il 4 ed 11 aprile una sorta di plateau epidemiologico, con una iniziale decrescita della mortalità, per cui si potrebbe predire che l’epidemia potrebbe essere sotto controllo verso fine maggio. Se non va così, e l’epidemia continua oltre maggio, la situazione risulterà più difficilmente prevedibile.

Le zone più colpite in Italia

Oggi le aree più colpite mostrano grossa riduzione di casi, confermando l’efficacia delle misure di contenimento messe in atto. Appare tuttavia scontato (come già dimostrato dall’esperienza di Hong Kong ad esempio) che il loro necessario allentamento, in assenza di misure di isolamento mirate, provocherà una ripresa incontrollata della diffusione, come se il lock down non fosse mai stata intrapreso. Sul secondo picco, molto temuto, ci vuole cautela. Per il secondo picco, in ogni caso, avremo la presunzione di essere pronti a far fronte all’emergenza ma se partiamo dalle considerazioni fisiopatologiche suddette, è chiaro che abbiamo molto da fare.

L’epidemia in Europa

La situazione Europea inerente alla diffusione e riduzione del virus per i vari paesi sarà verosimilmente non dissimile da quella dell’Italia come andamento delle curve epidemiologiche e numero di casi. Potrebbe variare la mortalità dichiarata a causa di un servizio assistenziale diverso e di una diversa attribuzione delle cause di morte da parte degli organismi competenti (in Italia ISS a cui giungono tutte le denunce di morte ed infezione): ad es. in Germania viene adottata una gestione dei pazienti diversa, che prende in carico il paziente a domicilio, pur tuttavia dovendo ospedalizzare il paziente in presenza di insufficienza respiratoria.

La mortalità di questi pazienti viene assegnata alla patologia cronica di cui i pazienti erano affetti e l’infezione/polmonite da COVID-19 non viene riportata. Per di più per i pazienti deceduti, in particolare se a domicilio, non è prevista l’esecuzione del tampone di ricerca virale. Tuttavia questi decessi, spesso in case di riposo, hanno sicuramente una valenza fondamentale per calcolare l’impatto umano e sociale della diffusione dell’infezione. Pur tuttavia, cure ed ospedalizzazione non avrebbero potuto fare altro che posticipare un destino purtroppo ormai segnato, a costo di sofferenze impensabili ma tuttavia futili.

Dati Internazionali

Non c’è dubbio che i modelli epidemiologici sono stati solo limitatamente utili per il COVID-19. L’Italia con molto ritardo ha iniziato ad utilizzarli, ma il problema fondamentale sono stati i dati. Questo è uno dei pilastri fondamentali per sviluppare un buon modello epidemiologico.

I più utilizzati modelli epidemiologici (SIR, SEIR etc.) usano sistema di equazioni differenziali che descrivono a compartimenti le categorie delle persone (suscettibili, esposti, infetti etc.) come anche i coefficienti di contatto e trasmissione, da cui poi si può stimare l’andamento temporale del fenomeno. Purtroppo ad oggi non conosciamo quasi nulla dei parametri fondamentali dei modelli. Non sappiamo quante persone sono contagiate, non sappiamo le probabilità di contagio, non sappiamo gli asintomatici positivi etc. Questo si ripercuote, ad oggi, sulla incapacità di prevedere l’andamento del fenomeno e la preparazione di una fase di apertura alla normalità. Possiamo tranquillamente dire che la maggior parte delle previsioni sono quanto meno approssimate.

Alcuni semplici campionamenti avrebbero potuto essere utili per capire la crisi e programmare appropriate azioni:

  1. Un campionamento randomizzato e stratificato (per età, geografia, nucleo familiare es. ISTAT o sondaggi) sulla popolazione italiana (potrebbero essere sufficienti 10000 campioni) sulla presenza assenza del virus, mediante tamponi PCR.
  2. Un analogo test diagnostico sullo stesso campione per verificare la presenza di anticorpi specifici per il COVID-19 tali da poter indicare una immunità acquisita

Un questionario on-line (vedi esempio Harvard/UK/Israele) per raccogliere big data sulla salute dei cittadini e seguirlo nel tempo (es, domande mirate su sintomi, comorbidità, tipo di lavoro e contatti etc.)

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