LA VISIONE DEI MEDICI: MILANO, PARIGI, NEW YORK, CINA

Milano for Covid ha raccolto l’esperienza di alcuni medici testimoni della battaglia contro il nemico silenzioso. Le interviste riportate si propongono di dare un esempio dell’esperienza sul campo in Cina, dove l’epidemia è già in via di risoluzione, in Italia, dove sta evolvendo verso la fase di discesa, in Francia, dove l’onda infettiva è ancora in salita, e negli USA, che potrebbero presto diventare epicentro mondiale della pandemia. La panoramica delle esperienze verrà in futuro estesa con ulteriori contributi dei numerosi medici partecipanti al nostro gruppo che lavorano in Italia e nei vari paesi del mondo, sia riguardanti l’impatto del Covid sugli altri organi che la gestione dei pazienti Covid con altre patologie e altre tematiche emergenti.

Milano, parla l’immunologo Prof. Mario Clerici

“I nostri studi dimostrano che il virus ha un basso tasso di mutazione. Questo aspetto è favorevole per facilitare la creazione di un vaccino protettivo”

Prof. Mario (Mago) Clerici, Direttore Scientifico Dipartimento Fisiopatologia Medico-Chirurgica e Trapianti, Università di Milano e IRCCS SM Nascente, Fondazione Don C. Gnocchi
Testimonianza del 5 Aprile 2020

Ospedali Covid

La mia esperienza deriva dalla mia posizione di Direttore del Dipartimento Universitario di Fisiopatologia Medico Chirurgica e Trapianti dell’Università di Milano, una struttura che lavora in massima parte all’interno del Policlinico e comprende essenzialmente tutti i medici che sono in prima linea: infettivologi piuttosto che pneumologi e colleghi che sono impegnati in pronto soccorso. Da un mese essenzialmente tutto il Policlinico è stato riconvertito all’emergenza Covid. Tutto quello che non è urgenza pressante per patologie non Covid non è più in essere.

Dopo un mese, per la prima volta, la notizia incoraggiante al 5 Aprile è che in pronto soccorso gli accessi non Covid sono prevalenti rispetto ai Covid, anche se di poco. L’aspetto preoccupante è invece che emergono, in maniera non più sporadica, casi di pazienti giovani, tra i 40 ed i 50 anni. Non conosciamo la causa di questo fenomeno. I soggetti più giovani hanno una patologia meno severa; quelli che hanno bisogno di ospedalizzazione, quasi sempre sono individui che presentano altre patologie ed hanno uno stato di salute non ottimale.

A Milano, il nuovo centro Ospedale Fiera Milano predisposto per i pazienti COVID ha più di 200 posti letto di terapia intensiva ed è coordinato dal Professor Nino Stocchetti, anche lui appartenente al mio Dipartimento. Questo ospedale sarà e il polmone che accoglierà i pazienti gravi, provenienti anche dalle zone più colpite come Bergamo e Brescia.

Va ricordato che in Italia il numero di morti è molto alto in percentuale rispetto ai pazienti affetti da malattia, perché la percentuale dei decessi è calcolata sui pazienti che hanno una diagnosi certa di infezione e una sintomatologia importante, indicativa di una significativa gravità. [Per approfondire: La Crisi Covid, I Dati Italiani Ufficiali]

I bambini

Abbiamo predisposto una serie di protocolli di ricerca in comune con l’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi, che è l’ospedale pediatrico di Milano. Ci sono tanti bambini infetti, ma non c’è stato nessun caso di severità clinica nei bambini con Covid.

All’Ospedale Luigi Sacco, stiamo anche seguendo le mamme Covid infette che partoriscono; abbiamo fatto analisi su placente e sul sangue del cordone e non abbiamo avuto nessun caso di trasmissione verticale di Covid. A tutt’oggi in Italia vi è solamente un caso di trasmissione verticale, questo perché nella placenta e nel cordone delle donne infette non c’è il virus mentre nel latte sono presenti anticorpi per SARS-Cov-2

L’evoluzione della Patologia

Nell’infezione primaria durante i primi 15 giorni di infezione si sviluppano anticorpi IgM. Successivamente l’organismo produce anticorpi IgG, che persistono per anni, forse per tutta la vita. Non conosciamo la durata della presenza di anticorpi IgG, ma ci sono dei dati che derivano da uno studio sulle scimmie secondo cui in presenza di anticorpi IgG , l’infezione non avviene anche con alta dose di virus. Quindi, sembra che ci sia un effetto protettivo degli anticorpi. Da qui nasce l’importanza di verificare la presenza di anticorpi per il virus nella popolazione mediante test sierologico: la presenza di IgG dovrebbe essere protettiva nei confronti della infezione. [Per approfondire: I test diagnostici, a cosa servono]

Il SARS-CoV-2, responsabile della malattia, non è un virus che muta molto. In uno studio pubblicato nella rivista Journal of Virology, abbiamo comparato il virus nei pipistrelli e il virus nell’uomo. Essenzialmente c’è una similitudine del 96%: i due virus sono molto simili. L’altro aspetto importante riportato nella pubblicazione è la maggior parte delle proteine virali sono poco variabili. Questo contenuto tasso di mutazione è favorevole per facilitare la creazione un vaccino protettivo nei confronti di questo virus. In caso contrario, lo sviluppo di un vaccino non è possibile, come nel caso di HIV, un virus ad alto tasso di mutazione.

Terapie

Un ulteriore esempio di applicazione dell’immunologia alla cura del Covid è rappresentato dal Comitato Etico del Policlinico San Matteo di Pavia che ha approvato una sperimentazione per l’utilizzo di plasma contenente IgG, prelevato da pazienti che sono stati infetti e sono guariti. Il plasma con IgG anti-Covid viene utilizzato per la terapia dei casi severi di COVID-19. Non si tratta di una terapia attuabile a livello di massa, ma deriva dal concetto che gli anticorpi sono protettivi nei confronti della malattia.

Relativamente alle terapie, è utile sottolineare come ancora manchi un coordinamento nazionale. La direttiva seguita oggi, è rappresentata dall’impiego di farmaci antivirali in associazione con farmaci immuno-modulatori che riducono la produzione di citochine, quindi una combinazione di farmaci ad effetto diretto sul virus con farmaci che “addomestichino” la risposta immune. [Per approfondire: La ricerca e le cure]

Parigi – parla il cardiochirurgo Konstantinos Zannis

“Mai avrei pensato, in Francia, di non avere libero accesso a mascherine e protezioni necessarie alla visita di un paziente”

Konstantinos Zannis, Cardiologo Interventista
Insitut Mutualiste Montsouris,
Testimonianza del 2 Aprile 2020

Lavoro in Francia dal 2004 e attualmente sono cardiochirurgo presso L’Hopital Institut Mutualiste Montsouris a Parigi. Prima dell’arrivo dell’epidemia, la crisi del Covid-19 in Cina appariva un problema lontano. Anche quando la crisi è arrivata in Italia, abbiamo creduto che la situazione fosse da attribuire alla struttura del sistema sanitario Italiano ritenuta poco efficiente. Parigi non si è preparata e siamo stati vittime della nostra impreparazione ed arroganza. [I dati di Parigi, cellula di crisi al 31 Marzo 2020]

La crisi si é originata all’Est della Francia con un picco epidemico simile a quello Italiano ed un ritardo di circa una settimana rispetto all’Italia. Il nostro ospedale era considerato come struttura di terzo livello nella crisi Covid ed in quanto tale avrebbe dovuto prendere in carico soltanto le patologie non-Covid provenienti dalle altre strutture (di livello 1 e 2) qualora queste fossero divenute sature di pazienti Covid. In realtà dall’inizio della crisi dell’Est francese, l’onda d’urto è stata violenta e ha determinato una situazione catastrofica.

Risultato, in breve tempo ci è stato chiesto di liberare mezzi strumentali ed umani per la presa in carico dell’afflusso massivo di pazienti Covid. Le strutture ospedaliere non dotate di risorse umane e procedurali sono state chiamate a far fronte alla pandemia. Sussiste il problema di isolare i pazienti COVID, in quanto non vi è una rianimazione dedicata.

In termini di organizzazione si osserva come tutte le regole europee sui dispositivi di protezione e le maschere respiratorie FFP2 sono cadute. Vengono distribuite ai medici ed operatori, mascherine inverificabili o non certificate. Vi sono troppe poche regole e non ci sono strumenti per uniformare l’Europa. [Per approfondire: Emergenza ventilatori e mascherine]

La Francia ha ignorato la lezione Italiana:

Non sono stati effettuati Test a tappeto. Tale organizzazione per funzionare avrebbe avuto bisogno di un sistema di test a «tappeto» per tutti i pazienti in arrivo in modo da potere separare il più possibile i pazienti positivi dai negativi.
Lo stesso errore, commesso su scala nazionale, è stato riprodotto a livello locale. Nessuna separazione fisica dei pazienti è stata prevista (sempre in assenza di diagnostica) con l’inevitabile risultato di avere pazienti Covid e non, fianco a fianco. Testimonianze attendibili ma non ufficiali mi riferiscono situazioni simili in grandi strutture parigine ove pazienti operati per chirurgia programmata (quindi non urgente) hanno contratto il virus e stanno decedendo. Da noi è ormai questione di tempo, si arriverà alla stessa situazione
Sono mancati degli strumenti basilari per proteggere le persone da un’infezione di massa. Tale problema interessa la popolazione e non personale ospedaliero. Comunicazione erronea sulla non necessità di portare mascherine in luoghi pubblici con conseguente incremento della diffusione della malattia e rifornimento comunque non garantito alle strutture ospedaliere.
Carenza dei respiratori, elemento centrale per il controllo della letalità. La carenza di questi dispositivi solleva enormi problematiche gestionali e cliniche: dove saranno disposti? Chi li utilizzerà?
Personale impreparato che è stato rapidamente e sommariamente formato alla prevenzione/protezione da persone altrettanto impreparate.
Procedure Mutevoli per coprire le défaillance del sistema sanitario e delle carenze di materiale di protezione, aggravando i contagi.

Appare evidente che la «rigidità» imposta dalle regole europee è accompagnata da un’ inadeguatezza degli strumenti europei nel difendere i cittadini. Aspetto chiave di questa situazione è stato l’assenza di strutture di monitoraggio e di allerta di situazioni di crisi anche in campo sanitario, che permetterebbero decisioni sensate e la possibilità di mutualizzazione delle risorse.

Un medico è un medico in Italia in Francia ovunque in Europa, questo vale anche per un respiratore o una mascherina. Necessitiamo di politiche alternative con strutture alternative che si avvalgono di dirigenti professionisti del settore che svolgano il loro ruolo mantenendo un contatto continuo con il mondo medico sanitario. I sistemi sanitari che meglio resisteranno al “crash test” del Corona virus devono essere analizzati per ispirare cambiamenti in quelli che hanno fallito.

USA – parla il cardiochirurgo Luigi Pirelli

Gli USA si sono mossi tempestivamente nella risposta all’emergenza. Senza le misure adottate, la prevalenza e la mortalità’ associate a Covid sarebbero state devastanti, influenzando anche una ripresa economica e sociale che qui non ci si aspetta così buia come in altre parti del mondo.

Dr. Luigi Pirelli
Surgical Director of Structural Heart Disease
Donald and Barbara Zucker School of Medicine at Hofstra/Northwell;
Lenox Hill Hospital, New York

Testimonianza del 9 Aprile 2020

Io sono un cardiochirurgo che lavora a New York da ormai 15 anni. Il mio ospedale (Lenox Hill) fa parte di Northwell Health, uno dei gruppi ospedalieri dello Stato di NY piu’ grandi a livello nazionale, che conta al momento 23 ospedali e oltre 65,000 dipendenti.

La situazione in USA e’ altrettanto delicata e in continuo divenire. Da quando il Governo cinese ha reso pubblica l’esistenza di una misteriosa polmonite virale il 31 Dicembre 2019, più di 430,000 persone sono arrivate negli Stati Uniti con voli diretti dalla Cina, comprese 40,000 persone nei 2 mesi successive all’entrata in vigore delle restrizioni ai viaggi imposte dal Presidente Trump. La maggior parte dei passeggeri, di diverse nazionalita’, sono sbarcate a Gennaio negli aeroporti di Los Angeles, San Francisco, New York, Chicago, Seattle, Newark e Detroit, migliaia provenienti da Wuhan. Voli contenenti cittadini americani sono atterrati fino alla scorsa settimana, in viaggio da Pechino a Los Angeles, San Francisco e New York. Questi numeri danno un’idea di quanti pazienti potenzialmente infetti possano essere attualmente presenti sul territorio americano, fonte di contagio per milioni di cittadini americani e residenti.

Gli Stati Uniti sono presto diventati l’epicentro mondiale della pandemia da Covid-19. Secondo le stime della Johns Hopkins University (che vanta uno degli Istituti di statistica ed epidemiologia piu’ rinomati del mondo), 432,579 casi di coronavirus sono stati confermati (dati aggiornati al 9 di Aprile), con 14,830 decessi. Lo Stato di New York è quello fino ad ora più colpito in termini di contagi e fatalita’.

La risposta del Governo

Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) e’ un Istituto nazionale di salute pubblica e un ufficio federale sotto il controllo del Dipartimento della Salute americano, con il compito di proteggere la salute pubblica attraverso il controllo e la prevenzione delle malattia, infortuni o disabilita’, dettando al contempo le linee guida non solo nei casi di epidemie e pandemie infettive, ma anche di comuni malattie tipo obesità’ e diabete con un’elevata prevalenza e incidenza sulla popolazione generale.

Il Dr. Anthony Fauci e’ immunologo e direttore dell’istituto di Allergie e Malattie infettive (NIAID) dal 1984 e a partire dal Gennaio 2020 e’ uno dei leaders della Task Force della Casa Bianca per la gestione dell pandemia da Covid-19 negli USA. E’ lui il principale consigliere in materia del presidente Trump su dati epidemiologici, restrizioni, comportamenti, strategie, prevenzione e terapie del Covid-19.

Il CDC e il Dr. Fauci (con la Covid Task Force e l’input del Presidente) hanno riposto l’attenzione su 2 aspetti: si consiglia uno spazio di almeno 6 feet (2 metri) tra una persona e l’altra, lavare le mani per almeno 20 secondi con acqua e sapone specialmente dopo aver tossito, starnutito o dopo essere stati in spazi pubblici e avere toccato superfici comuni, cercare di stare a casa a meno che non ci siano impegni assolutamente necessari e indossare mascherine protettive specialmente quando si è in luoghi pubblici.

A questo riguardo, il Dr. Fauci, ha rilasciato un’intervista alla CNN in cui spiegava che se queste misure di autoconfinamento e di igiene pubblica non fossero rispettate, la prevalenza di Covid-19 negli USA potrebbe essere drammaticamente elevata, con conseguenze devastanti in termini di mortalità’, che potrebbe raggiungere e superare i 2 milioni di individui.

La soluzione per le carenze di strumenti essenziali

Anche negli USA ci sono stati e ci sono tuttora problemi di disponibilità’ di PPE (personal protective equipment) che sono stati discussi dai vari Governatori dei 50 Stati. Il Governatore di New York, Andrew Cuomo, aveva messo in guardia le autorità’ già’ all’inizio di Febbraio, dicendo che vista la velocità’ di diffusione della malattia e l’alto numero di contagi, ci sarebbero voluti più’ di 30,000 ventilatori di cui solo 6000 disponibili, e circa 3 volte il numero di letti di terapia intensive rispetto a quelli attualmente presenti a NY. Il Presidente Trump ha accolto le richieste di Cuomo e ha messo a disposizione ventilatori reperiti dalle scorte nazionali (che adesso sono esaurite), ha ordinato nuovi pezzi dalla Cina, e ha convertito alcune compagnie automobilistiche rendendo possibile la costruzione di nuovi devices. Milioni di mascherine sono state prodotte e acquisite all’estero, e il personale sanitario ha ricevuto ingenti quantità’ di PPE al fine di rendere la diffusione della pandemia meno probabile nei nosocomi.

Inoltre, a NY, tutti gli ospedali sono stati convertiti in Covid hospitals, nuove terapie intensive sono state construite, 2 navi da guerra sono state parcheggiate nel porto, con oltre 500 posti letto intensive, e un enorme padiglione solitamente adibito a fiera (Javits Center) e’ stato convertito a ospedale da campo, capace di accogliere oltre 1000 pazienti.

Diagnosi e terapia del Covid

Come in altri stati, anche in USA si sono adottati i tamponi come metodo diagnostico principale e iniziale. Ovviamente l’ideale sarebbe stato eseguire uno screening sull’intera popolazione americana, cosa impossibile da attuare per ovvie ragioni. Su questo aspetto il CDC si e’ espresso in maniera piuttosto chiara:

Non essendoci sufficienti tamponi per tutti, solo chi presenta sintomi tipici da Covid-19 (febbre, tosse, malessere generalizzato, perdita di olfatto e gusto e difficolta’ respiratoria) deve contattare un medico generico e farsi consigliare sul da farsi. Sono stati istituiti “drive-in centers” sparsi per la citta’, dove i cittadini con sintomi possono recarsi se sintomatici, per essere testati. Questo per non inondare I pronti soccorso di pazienti. Se i sintomi rimangono lievi, i pazienti anche se Covid + possono essere quarantenati a casa a meno che il quadro clinico non peggiori.

Il modello statunitense

La mia conclusione è che nonostante gli USA e il loro Presidente siano spesso criticati, come lo sono stati anche in questo caso di questione di salute pubblica, mi sembra che si siano mossi con tempestività’ e prontezza nella risposta alla pandemia. Prendendo esempio dalla Cina e dall’Italia che sono stati i primi posti coinvolti, sono stati sviluppati modelli e strategie per preparare il Paese a una significativa crisi sanitaria. Senza gli accorgimenti e le misure adottate, la prevalenza e la mortalità’ associate a Covid sarebbero state devastanti, influenzando anche una ripresa economica e sociale che qui non ci si aspetta così buia come in altre parti del mondo.

Cina – parla il cardiochirurgo Massimo Lemma

“Per interrompere la catena del contagio, non esistono mezze misure.”

Prof. Massimo Lemma
Direttore del Dipartimento Cardiochirurgia, Jilin Heart Hospital, ChangChun, Cina
Testimonianza del 29 Marzo 2020

Dalle informazioni dell’osservazione diretta in Cina si può notare che l’Europa sta andando avanti in ordine sparso e soprattutto prendendo delle decisioni parziali. Quello che l’Europa non ha capito è che la cosa più importante è interrompere la catena del contagio e per farlo non esistono mezze misure.

Quando si dice che la città di Wuhan e la provincia Hubei sono state messe in lockdown, lo si dice nel vero senso della parola: si è bloccato tutto, mezzi di trasporto di superficie, le metropolitane e non si poteva andare a fare la spesa, ma veniva consegnata a domicilio. La gente era letteralmente costretta a restare in casa. Queste sono misure draconiane, sicuramente, però hanno consentito, nelle circostanze in cui si sono trovati i cinesi, di bloccare rapidamente la diffusione della malattia.

Quello che è successo da noi in Italia e che sta succedendo adesso in Europa, invece, è l’attuazione di misure parziali. Sono state attuate misure “progressive” in relazione all’aggravamento della situazione generale. Volendo usare un crudo paragone, se consideriamo che questa sia una guerra, si è confuso ciò che è la “trincea” con ciò che è la “prima linea”, o meglio le retrovie e la prima linea non sono state correttamente definite.

In Italia la prima linea è stata erroneamente considerata l’ospedale. Di contro la prima linea sarebbe dovuta essere rappresentata dai medici di base. In sostanza la prima linea è ciò che rende possibile l’intervento sulla diffusione del contagio. L’ospedale e la terapia intensiva, dovevano essere considerati come le retrovie. Noi invece ci siamo focalizzati nel trattamento del paziente non focalizzando la nostra attenzione sulla prevenzione del cittadino.

Stando ai dati che abbiamo a disposizione adesso, ci sono tantissimi pazienti che sono positivi, ma sono pauci-sintomatici. Ben l’81% dei contagiati sono infatti pazienti che hanno delle manifestazioni cliniche lievi/moderate di cui molti sono asintomatici.

Il dopo Lockdown

Attualmente quello che possiamo fare è analizzare molto bene cosa sta facendo la Cina in questa fase per evitare quella che è la seconda ondata. Su questa analisi potremmo eventualmente costruire dei suggerimenti capaci di orientare le decisioni una volta che avremo superato la fase acuta

Durante la fase acuta, la Cina si è concentrata nella provincia dell’Hubei, sono stati mobilizzati 42.000 operatori socio-sanitari tra medici e infermieri arrivati nella provincia colpita per aiutare nella gestione dei pazienti. Un dato molto significativo ed ufficiale ci dice che su questi 42.000 operatori pare che non ci sia stato un caso di contagio durante il lavoro a Wuhan e nella provincia dell’Hubei. Io devo testimoniare che la qualità del materiale che in questo momento hanno a disposizione i cinesi e la meticolosità con cui è stato utilizzato, non ha assolutamente paragoni con quello che sta succedendo in Italia. Questo è un altro dato da stigmatizzare.

Detto ciò questi medici e questi infermieri sono rientrati nei giorni scorsi al loro domicilio. Sono entrati in un periodo di quarantena, prima di poter nuovamente prestare il servizio nei cosiddetti ospedali Non-Covid. Tenete presente che quasi tutti gli ospedali pubblici, che sono la stragrande maggioranza in Cina, sono stati trasformati totalmente o parzialmente in Ospedale Covid. Per quanto riguarda, ad esempio l’attività chirurgica che quella di cui mi occupo io la Cina si è praticamente fermata sui casi elettivi e ha consentito soltanto i casi in urgenza emergenza. L’unica eccezione è stata riservata a quelle rare realtà private, come l’ospedale in cui lavoro io, che non sono state toccate dalla massiccia migrazione di personale sanitario della provincia di Hubei. Queste strutture quindi sono rimaste abbastanza al completo ed hanno potuto assicurare continua attività seppur in maniera ridotta. I pazienti non si potevano muovere da altra provincia verso la nostra provincia: noi accogliamo pazienti, praticamente da tutto l’Hubei che è rappresentato da tre provincia nel nord-est della Cina.

L’attività in Cina sta riprendendo progressivamente con una vita differente a seconda delle province. Da noi, ad esempio poichè per 6 settimane consecutive non si è registrato un nuovo caso, l’attività è praticamente tornata al completo nella norma: hanno riaperto palestre piscine, hanno riaperto i Centri Commerciali quindi non c’è in questo momento nessuna differenza, se non che abbiamo ancora l’obbligo di portare la mascherina.

Ritorniamo al discorso dei pazienti che sono positivi, ma asintomatici, portando la mascherina questi soggetti non sono pericolosi per gli altri. Quindi se tutti avessero avuto sin dall’inizio la mascherina in Italia molto probabilmente il contagio sarebbe stato inferiore.

Noi qui in Cina ancora indossiamo la mascherina quotidianamente anche in questa fase, viene registrata la temperatura due volte al giorno in qualsiasi struttura. Sono ancora presenti i controlli all’interno dei o meglio alla soglia dei compounds, soprattutto dove vivono gli stranieri che in questo momento sono le persone da tenere più sotto controllo, perché negli ultimi giorni su 52-54 nuovi casi la grande maggioranza, se non la totalità, sono persone che arrivavano dall’esterno oppure cinesi di rientro in Cina.

Le APP in Cina

E’ da sottolineare che le misure di controllo descritte, sono state intraprese da tutta la Cina, anche se il sistema politico è totalmente diverso rispetto all’Italia. Quindi bisogna far digerire le decisioni ad un regime Democratico, ossia il controllo sulla popolazione effettuato attraverso delle APP.

In Cina l’app equivalente a WhatsApp si chiama WeChat , una APP con la quale si può gestire praticamente la propria vita, nel senso che si possono pagare le bollette prenotare gli aerei prenotare i treni andare al cinema. Si pagano in qualsiasi esercizio commerciale. Quindi praticamente è scomparso il contante.

Ora in questa applicazione, c’è anche una mini APP che consente di scaricare un Q code che in base alle caratteristiche cliniche di chi la scarica, può essere di 4 colori differenti che vanno dal rosso al verde, e con il quale si può avere una riconoscimento ufficiale del proprio stato clinico rispetto al Covid. Nel momento stesso in cui si è superata una quarantena di rientro dall’estero e quindi è stato fatto un controllo clinico per cui il soggetto è ritenuto negativo, il suo Q-code sarà verde. Se soggetto invece ha sviluppato febbre, il suo computer Q-code sarà amaranto, andando sempre più verso il rosso tanto più la situazione clinica può riconoscere quel soggetto come potenzialmente contagiante per altri.

Questo tracciamento è inoltre condiviso con gli altri utenti del gruppo; pertanto se nelle tue vicinanze, c’è qualcuno che ha un QR di colore diverso tende a proteggerli. Questo è il modello applicato nella Corea del Sud, di test a tappeto su tutta la popolazione e tracciatura del contagio. L’Asia si è presentata molto più preparata dell’Europa perché la SARS ha colpito molto più in questa zona rispetto all’Europa.

I Coreani del Sud hanno usato un modello differente da quello della Cina, ossia è stato quello di controllare con molti più tamponi la loro popolazione. Si dice che ne siano stati fatti ad oggi 370.000 nella sola Corea del Sud e questo ha consentito loro di identificare molto velocemente e molto capillarmente pazienti che sono risultati positivi e con queste APP hanno creato una barriera attorno ai soggetti contagiati proprio comunicando a chi stava attorno a questa persona che c’era una persona positiva riuscendo a limitare la diffusione.

AVVERTENZA: Le raccomandazioni ed opinioni contenute nei documenti e report presenti nel sito ‘Unitiperinformare.it’ sono basate oltre che sulla ricerca svolta, sul bagaglio di esperienze e competenze professionali individuali e sono espresse a titolo personale, non essendo in alcun modo riferibili alle rispettive organizzazioni di appartenenza.